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Sezione documentaria


Quest’area del sito è dedicata alla presentazione di un’ampia raccolta documentaria. Clicca sulla sezione per visualizzare il paragrafo desiderato presente nella pagina. Vengono presentate le introduzioni ai singoli documenti e al termine di ciascuna sezione o sottosezione sono linkati gli allegati degli approfondimenti e le gallerie fotografiche di riferimento.


1.1 La riforma e la bonifica a Caprarico e nel Metapontino

Nel lavoro di Pontrandolfi, da noi preso come studio di riferimento, si ripercorrono nelle diverse epoche della storia moderna e contemporanea i processi di bonifica e di riforma che hanno interessato la piana del metapontino. In particolare nel contesto del nostro lavoro questo ha rilevanza per essere uno dei pochi che parla del territorio in cui sono ricompresi il Comune di Tursi e il borgo rurale di Caprarico.

A partire dall’ottocento viene ricostruita la storia della bonifica che a fase alterne e con molti insuccessi ha interessato negli ultimi duecento anni le maremme dello Jonio come le definisce nel suo lavoro Alfonso Pontrandolfi? A partire dagli inizi dell’ottocento , citando l’Abate Domenico Romanelli e il suo lavoro “Topografia Istorica” del 1815,”non è possibile, dice l’Abate,che questi siti un dì fortunati, dove sorsero una volta città così insigni, e numerose di sorprendente popolazione, possa oggi abitarsi, a cagione dell’aria malsana e infetta, da cui sono ingombrati. Dacchè città così celebri scomparvero , le acque dei diversi fiumi , non più raffrenate negli antichi ripari , si aprirono nuovi sentieri, e scoli tortuosi, che impaludando nelle sottoposte pianure vi formarono delle lagune e degli stagni micidiali. Così tali fiumi , che produssero la floridezza e l’opulenza delle città della Magna Grecia, Siri, Heraclea e Metaponto per incuria , e per negligenza, non presentano altro che la morte”. La feudalità è scomparsa , dice il dott. Luigi Casella in una relazione del 1840 , pubblicata sul giornale della società economica della Basilicata , ma i terreni sono nelle mani degli ex grandi feudatari . L’unica attività che vi si riesce a svolgere è quella del pascolo invernale. Meta delle grandi transumanze tipiche dell’agricoltura agrosilvopastorale ,il metapontino consente rilevanti rendite ad una proprietà assenteista che non investe nelle opere di bonifica e gestione del territorio. Il problema è amplificato dai processi di disboscamento e dissodamento delle aree collinari e montane che “ disordinano l‘economia delle acque che devastano le sottoposte pianure” dice Carlo Afan De Rivera responsabile della direzione dei ponti e delle strade del Regno napoletano….

Se vuoi approfondire accedi a il Il metapontino tra bonifica e riforma.pdf

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Piano Generale di Bonifica di Manlio Rossi Doria

Iniziata da Manlio Rossi Doria nel 1947 , la redazione del piano vede la sua conclusione nel 1953.

Sistemazione idraulica del comprensorio e riforma fondiaria devono viaggiare parallelamente, dice Rossi Doria , e quest’ultima si rende indispensabile considerando che il 64% del comprensorio di trasformazione ( quantificato in 52.000 ettari) è formato da proprietà superiori ai 50 ettari e ben 27.000 ettari sono detenuti da latifondi che superano i 500 ha. di estensione aziendale.

Nel comprensorio insistevano 10.000 ettari di demani comunali. Solo nel 1953 , nel gennaio , i piani di espropriazione della legge stralcio furono pubblicati. Nei bacini costieri gli espropri rappresentano il 55,8% delle superfici fondiarie. Nei distretti interni essa si riduce al 23,7%. Nel distretto Sinni Agri che comprende il comune di Tursi e l’area di Caprarico gli espropri rappresentano il 25,6% . Nell’insieme del comprensorio gli espropri rappresenteranno il 41,4% . Il piano Rossi Doria è ricchissimo di documentazione a partire dalle cartografie comprendente la carta geopedologica , quella delle giaciture , lo stato di fatto delle utilizzazioni agrario forestali dei terreni e la distribuzione della proprietà fondiaria prima e dopo la riforma.
Tutti i rilievi furono fatti a vista e a mano con grande abilità . Oltre a rappresentare un documento unico su agricoltura , territorio e paesaggio agrario nel nostro comprensorio , il piano indica i requisiti minimi che le aziende devono avere per dare successo al piano. Tale obiettivo era perseguito con l’obbligo per i proprietari di presentare un piano aziendale di sviluppo pluriennale .
Il Piano , dice Rossi Doria , ha il limite di non occuparsi dei demani comunali e delle proprietà fondiarie al di sotto dei 10 ettari e quindi non tocca le piccole e piccolissime proprietà fondiarie ( numerosissime con la riforma) condotte dai coltivatori diretti. In base alle delimitazioni del comprensorio proposto nel 1951 il piano si occupa di un territorio esteso complessivamente per 122.800 di cui 51.457 ha. costiero e 70.953 ha. Interno. Sul piano amministrativo comprende per intero i territori dei comuni di Nova Siri , Rotondella, Valsinni, S.Giorgio Lucano, Colobraro , Tursi, Montalbano Jonico , Pisticci e parzialmente i comuni di S. Arcangelo , Aliano, Stigliano, sull’Agri e di Bernalda , Montescaglioso e Pomarico tra Basento e Bradano . L’estensione totale dei bacini idrografici compresi nel perimetro consortile è di 8.034 kmq. Ma di questa superficie solo 1.180 rientrano nel comprensorio di bonifica.

Se vuoi approfondire accedi a Riforma e bonifica a Caprarico e nel metapontino.pdf

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1.2. Caprarico e la Diga di Gannano. Archivio della documentazione, insediamenti e immagini del paesaggio agrario

Il progetto ha portato alla realizzazione di un archivio digitale che sarà consultabile presso il centro dai cittadini , dai giovani studiosi e dai turisti , dagli stessi agricoltori naturalmente che potranno trovare significativi riferimenti storici , tecnici , scientifici e culturali.

L’archivio composto da immagini , documenti ed elaborati è il frutto di un ampio lavoro di ricerca svolto presso gli Archivi dell’Alsia , del Consorzio di Bonifica , presso gli Archivi di stato di Potenza e di Bari , presso l’Archivio della famiglia Doria a Palazzo Doria Pamphili.

Molta parte delle elaborazioni di testi si fondano su una molto vasta bibliografia specializzata su Agricoltura e paesaggio agrario, Storia economia antica , medioevale e moderna e su libri e volumi di storia contemporanea sulle esperienze di riforma in Italia , in Europa e nel mondo frutto di ricerche bibliografiche specifiche svolte presso la Biblioteca nazionale di Potenza e la Biblioteca provinciale di Matera ed in particolare nella sua sezione lucana.

L’archivio è arricchito con una documentazione fotografica sulle aree e i borghi di riforma oggi e sul paesaggio agrario nel paesaggismo pittorico italiano ed europeo.

Relativamente all’archivio Alsia saranno conservati digitalizzati i documenti disponibili sul GAC , gruppo aziende contadine , di Caprarico e i documenti sulla colonizzazione relativi ad alcuni altri siti della riforma.

Tra i documenti più preziosi troveremo i manoscritti delle assegnazioni di piante ai poderi di Caprarico , le cartografie di Manlio Rossi Doria relative al territorio di Caprarico, i decreti di esproprio di Caprarico , le schede OTFA , alcune schede Sac ,alcuni esempi dei decreti di assegnazione dei poderi , cartografie e immagini prima e dopo la riforma a Tursi e nel Metapontino , molti altri documenti primo di ora non disponibili in formato digitale e un’ampia cartografia prima e dopo la riforma.

Sono stati digitalizzati inoltre il progetto tipo dei fabbricati rurali realizzati dall’Ente Riforma a Caprarico , i progetti e gli elaborati grafici della Masseria Mennaia- Donnaperna di Caprarico e il progetto dell’Acquedotto rurale di Caprarico realizzato da Acquedotto Pugliese. Particolrmente rilevante è l’archivio di immagini su insediamenti e paesaggio agrario contemporaneo delle aree di Caprarico e della diga di Gannano.

Se vuoi approfondire vieni al Centro Culturale “Albino Pierro” a Caprarico.

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Sez.2 La Riforma in Basilicata, in Italia e nel Mondo

L’Italia

La riforma agraria italiana non è confrontabile con nessun’altra: localmente la si direbbe una riforma del XVIII secolo , ma viene attuata in un paese del XX secolo , inserito in una Europa urbanizzata e industrializzata. Il modo italiano di creare una classe di contadini moderni per subito dissolverla nella società industriale di questa seconda metà del secolo ( citazione di Henri Mendras riportata da Raffaele Giura Longo , in Alfonso Pontrandolfi, Storia della bonifica Metapontino, Altrimedia 1999).

Il processo di riforma fondiaria avviato con le leggi del parlamento italiano a partire dal 1950 viene qui ricostruito utilizzando gli studi Svimez e Insor ed in particolare due pubblicazioni che ricostruiscono i processi in atto agli inizi degli anni ‘60 ( Svimez) e valutandone gli effetti a 30 anni dal loro avvio (INSOR) :

L’esperienza di riforma agraria in Italia. Svimez , Giuffrè Editore 1966. ( Insor Istituto Nazionale di Sociologia Rurale a cura di ). La riforma fondiaria : trent’anni dopo. Franco Angeli /Insor. 1979) Nel 1950 , l’economia e la società italiana vivevano grandi contraddizioni e nonostante ci fosse stato un grande sforzo per la ricostruzione post bellica emergeva uno squilibrio strutturale molto grave : l’agricoltura pesava per il 40% delle forza di lavoro attive incidendo solo per il 28% sul prodotto nazionale lordo.

Tale squilibrio era ancora più evidente nel Mezzogiorno dove a fronte di una incidenza del 37% sul pil , l’agricoltura assorbiva ben il 52% delle forze di lavoro.
Pur se con notevoli distinzioni tra Nord e Sud e tra zone irrigue e di antica agricoltura intensiva dello stesso Nord e zone marginali non ancora bonificate e valorizzate.

Su una superficie agraria e forestale nazionale di 27,8 milioni di ettari quella lavorabile rappresentava solo 15,5 milioni di ettari e su questa gravavano ben 3,7 milioni di famiglie pari a circa 21 milioni di abitanti ( pari al 44,7% dell’intera popolazione del paese.
La popolazione attiva agricola era pari a 8,3 milioni di addetti con una densità di 29 abitanti ogni 100 ettari di superficie agraria e forestale e ben 52 addetti ogni 100 ettari di superficie lavorabile ( superficie agricola utilizzata)

Insieme agli squilibri demografici incidevano pesantemente sull’arretratezza dell’agricoltura italiana altri 2 fattori decisivi: l’assenza di capitali per gli investimenti e il forte squilibrio nella distribuzione della proprietà fondiaria. Se il primo era diretta conseguenza del carattere assenteista della grande proprietà fondiaria e della fortissima frammentazione della piccola proprietà coltivatrice la seconda era una eredità storica feudale che nonostante i processi di sviluppo capitalistico nelle campagne non si era riusciti a superare , sopratutto nel Mezzogiorno d’Italia e in alcune regioni del centro nord.

I rapporti di proprietà fondiaria erano addirittura impressionanti: a fronte di 21,5 milioni di ettari di proprietà privata lo 0,5% dei proprietari con aziende oltre i 50 ettari ( che erano solo 49.000 su 9,5 milioni di proprietari) deteneva circa il 33% delle terre ( oltre 7 milioni di ettari) e di questa 2000 proprietari detenevano ben 1,8 milioni di ettari pari a circa il 9% , con aziende oltre i 500 ettari di superficie e con aziende che mediamente raggiungevano quasi mille ettari.

Lo 0,2% della popolazione pari a 19000 proprietari con aziende sopra i 100 ettari , deteneva 3,7 milioni di ettari pari al 18% dell’intera superficie agricola con una dimensione media delle aziende di 191 ettari.

Circa 8 milioni di proprietari , piccoli contadini e braccianti , detenevano 3,7 milioni di ettari con aziende mediamente di mezzo ettaro.

Circa 1,3 milioni di contadini possedevano 5,2 milioni di ettari con aziende mediamente di circa 4 ettari.

In questa fascia di proprietari evidentemente non si raggiungevano le condizioni minime di sussistenza.

Ben 5 milioni di proprietari erano sostanzialmente braccianti e salariati che detenevano per uso esclusivamente familiare , senza alcuno sbocco di mercato circa il 25% dell’intera superficie agraria e forestale nazionale.

L’attuazione della riforma fondiaria in Italia ebbe origine da te fondamentali provvedimenti legislativi:
La legge 12/5/1950 , n. 230 , nota come legge Sila ,
La legge 21/10/1950 , n. 841 , o legge “stralcio” , cui seguirono i decreti delegati per i diversi comprensori di riforma ,
La legge regionale siciliana 27/12/1950 n. 104.La riforma fondiaria del 1950 portò alla formazione di 121.621 insediamenti nelle aree interessate di cui 88994 nelle regioni Veneto , Emilia , Toscana, Lazio , Abruzzo , Campania , Puglia , Lucania , Molise , Calabria e Sardegna e 23.046 in Sicilia . Nelle regioni continentali 50.573 erano poderi e 38.421 erano quote. In complesso furono assegnati 680.980 così ripartiti tra le regioni ( tra parentesi sono indicati il numero totale di poderi e quote) : Veneto 10483 ( 1592) , Emilia 40.167 ( 6203) , Toscana 124.679 ( 10105) , Lazio 59.993 ( 10.639) , Abruzzo 13.495 ( 9581) , Campania 14.896 ( 3668) , Puglia 125.716 ( 22461) , Basilicata 56.665 ( 10116) , Molise 4.280 ( 753) , Calabria 77.481 ( 19.316 ) , Sicilia 93.090 ( 23.046) , Sardegna 60.035 ( 4.141).

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Confrontando i dati delle spese sostenute dall’intervento di riforma agraria in Italia con quello della Tennessee   Valley Autority, Emilio Tempia nel saggio introduttivo del volume sulla riforma agraria in Italia evidenzia che la spesa in Italia di circa 700 miliardi di lire ( circa 1 milione di lire ad ettaro) è molto maggiore in proporzione di quella americana dove si spesero , in un decennio, per bonificare integralmente la valle , circa 1 miliardo di dollari intervenendo su terreni scavati dall’erosione e realizzando , nei limiti di quella spesa, una possente infrastruttura per l’irrigazione , i trasporti , la produzione di energia elettrica, mettendo così un punto finale al problema del sottosviluppo di una regione di 3,4   milioni di ettari grande quasi quanto il 50% del Mezzogiorno continentale italiano.

Le tendenze nel mercato del lavoro in agricoltura dopo l’unità d’Italia vedono un capovolgimento nella ripartizione tra lavoratori indipendenti , proprietari e fittavoli di terreni passano dal 42 % del 1871 al 66,6 % del 1970 mentre i lavoratori dipendenti passano dal 57% circa a poco più del 30%.
Il momento di maggiore decremento dei lavoratori dipendenti si ha nel periodo compreso dalla fase di bonifica e contadinizzazione del periodo fascista ( 28,4% nel 1936) alla riforma agraria repubblicana ( 24,3% nel 1959).
La riforma agraria interessa poco meno di 600.000 ettari (2,5% del territorio nazionale. La legge fondamentale di Riforma Fondiaria , la legge stralcio, in realtà annuncia il carattere incompleto : una vera legge di riforma non si è mai approvata in realtà. Essa ha interessato circa 800.000 contadini..
La legge stralcio espropriando i terreni delle grandi aziende latifondistiche, terreni generalmente marginali , meno produttivi , incolti consente il formarsi di capitali di investimento per tali aziende che si trasformano grazie ai grandi investimenti pubblici di bonifica collegati a tale processo. Questo processo porta alla formazione di moderne aziende capitalistiche anche nelle zone del tradizionale latifondo.

Donolo nella sua ricerca si sofferma sui cambiamenti produttivi e strutturali dell’agricoltura italiana e presenta la sua evoluzione a partire dagli anni 30 del novecento nel periodo compreso tra i processi di contadinizzazione e bonifica avviati dal regime fascista e il censimento del 1961 , a dieci anni cioè dalla riforma agraria misurandone in tal modo anche la portata e le conseguenze.
Naturalmente va detto che tali cambiamenti determinano anche un nuovo paesaggio agrario , una nuova configurazione dello spazio rurale molto significativa. La principale mai registrata nella storia italiana.

Anzitutto gli indici di produttività generale che vedono una crescita nei dieci anni di riforma e bonifica del 33,3% con le diverse incidenze dei comparti produttivi agricoli. I comparti che crescono in modo molto significativo sono le colture legnose specializzate ( ulivo , vite, arancio,pesco , melo , ecc.) al 149,8% e Patate e ortaggi che crescono al 178,9%. Buona crescita delle produzioni zootecniche al 133,5% e delle coltivazioni industriali ( tabacco e barbabietole da zucchero principalmente) al 126,9%.
Sul piano delle destinazioni colturali sopra tutto emerge una significativa riduzione del grano , -600.000 ettari circa ( -12%) , del granturco -267.000 ha (-18%), del riso -20.000 ha. (- 8,5%) e della patata -25.000 ha ( circa -5%).

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La riforma agraria in Europa e nel mondo

Riforma agraria messicana

(Raymond Carr, Saggio sulla rivoluzione messicana in Agricoltura e sviluppo economico,Gli aspetti storici , antologia curata da e.l.jones e s.j.woolf, Einaudi 1973).

In un processo durato 50 anni , conseguente alla rivoluzione messicana del 1910, la riforma agraria in Messico in termini quantitativi rappresenta una grande trasformazione dell’economia e della società. Circa 57 milioni di ettari di terra vengono distribuiti ( dati al 1966) e nella visione messicana tale processo in realtà è visto , anche politicamente come processo continuo e quasi permanente.i due periodi di maggiore vigore distributivo sono della presidenza Lazaro Cardenas con circa 18 milioni di ettari distribuiti è quello di Adolfo Lopez Mateos con circa 16 milioni di ha…

America Latina

(Francesco Ricciu) La riforma agraria in Italia e nel Mondo. AA.VV. La Nuova Italia. 1965.

Negli anni ’60 l’America Latina è forse l’area del pianeta dove più urgente è il bisogno di una riforma agraria. Le 20 repubbliche del subcontinente hanno raggiunto l’indipendenza ormai da circa un secolo ma conservano ancora una struttura molto simile a quella del periodo coloniale con la stragrande maggioranza della terra concentrata nelle mani di una oligarchia . Non esiste più l’encomienda , titolo feudale accordato dal sovrano in base al quale si esercitava il diritto di possesso di immense distese di terre per le coltivazioni e per l’allevamento cui erano legati , come schiavi , le forze di lavoro indigene, ma la situazione è molto simile…

 

I problemi della collettivizzazione nellEuropa orientale. (A cura di Franco Soglian)

Nei paesi socialisti le strategie di collettivizzazione e statalizzazione della proprietà della terra è stata la scelta strategica che ha portato dal 90 al 99% nelle mani pubbliche la proprietà fondiaria. Tale strategia ha , a metà degli anni sessanta, portato a grandi problemi di produttività media , redditi ed esodo demografico dalle campagne in tutta l’Europa orientale…

Spagna
Il volume , realizzato mentre governava il regime franchista, evidenzia che in Spagna le classi dirigenti proseguono la tradizionale opposizione conservatrice al rinnovamento delle strutture di proprietà e di produzione agraria della Spagna .
Le tensioni sociali nelle campagne , nonostante la repressione governativa , mostrano lo stato avanzato di crisi della società spagnola …

Africa Nera ( Giampaolo Calchi Novati)

Dal collettivismo consuetudinario al socialismo nelle campagne.
In epoca post coloniale emerge con forza il problema agrario in Africa che non è riconducibile solo al problema economico e sociale ma investe la cultura la filosofia di vita e le consuetudini delle popolazioni locali. Il regime della proprietà fondiaria in Africa è tradizionalmente collocato nella cultura del possedimento collettivo della terra ed in una individuale- familiare sua coltivazione : nella tradizione africana la terra era della tribù e apparteneva ad una larga famiglia ” di cui numerosi membri sono morti , alcuni sono vivi e innumerevoli devono ancora nascere”.
Resta ancora diffusa nella cultura africana la convinzione che non fosse l’uomo a possedere la terra ma la terra ad avere il possesso dell’uomo…

L’azione agraria del nasserismo (Antonio Massimo Calderazzi)
La situazione egiziana alla caduta di re Faruk presenta una grande sfida : garantire approvvigionamento alimentare per una popolazione all’epoca di circa 21 milioni di abitanti ( divenuta di 27 milioni nel 1962 ) ed in forte crescita demografica contando su una superficie di terre fertili di appena 6 milioni di feddan ( 1 feddan = 0,42 ettari ) pari a circa 2,5 milioni di ettari è concentrata nella valle del Nilo…

Iran ( Giovanni Lovisetti)
La situazione in Iran si presenta nel 1951 ancor più drammatica , su circa 50 milioni di ha. di terra coltivabile solo il 9% è coltivata e di questa solo circa 1,5 milioni di ettari sono irrigui . Il 40% è tenuto a pascolo e maggese , il 15% è costituito da foreste e circa il 36% è completamente incolto. Il sistema agricolo iraniano è fondato sul villaggio e ne esistono ben 50.000 . La struttura della proprietà fondiaria è costituita da cinque categorie: latifondisti ( 1% della popolazione che controlla il 56% delle terre coltivate) , le fondazioni religiose che posseggono il 20% delle terre coltivabili , il 12% sono terre demaniali e della corona…

La riforma agraria giapponese (Paolo Beonio Brocchieri)

La condizione dell’agricoltura e delle zone rurali giapponesi si distingue per molti aspetti da quella di altre importanti regioni asiatiche: praticamente inesistente il latifondo le maggiori proprietà si aggirano intorno ai 20 cho ( 1 cho=99,15 are , poco meno di un ettaro) e la maggior parte dei proprietari detengono sino a 3 cho ( circa 3 ettari). Una profonda differenza territoriale tra un sud monocolturale e di ridotta superficie coltivata si contrapponeva ad un nord con amore pianure è adatto alle colture secche e al pascolo…

L’esperienza del New Deal negli USA (Roosevelt e il New Deal , William E. Leuchtenburg. 1963. New York Bar, Laterza, 1968)

Negli USA oggi l’agricoltura rappresenta solo l’1% del Pil ma gli USA sono il proprio produttore mondiale di soia e di mais…

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Sez.3 Caprarico e Tursi nella storia

Bibliografia
Antonio Nigro, Memoria topografica istorica sulla città di Tursi e sull’antica Pandosia di Heraclea oggi Anglona
Rocco Bruno, Storia di Tursi
Rocco Bruno a cura di, Tursi Immagini di un secolo
Tursi , la Rabatana. Progetto di ricerca a cura del Prof. Cosimo Damiano Fonseca.Fondazione Sassi Matera
Le terre del silenzio, Gal Cosvel.
Archivio di Stato di Potenza. Fondo Doria
Molte delle immagini di questi documenti sono tratte da: Tursi .Immagini di un secolo. A cura di Rocco Bruno.
Presentazione
Le difficoltà di una ricerca storico bibliografica sulla storia di Tursi e di Caprarico sono state in parte superate grazie ai lavori di ricerca e alle pubblicazioni curate da Rocco Bruno a cui va il nostro ricordo per l’importante lavoro di studi e ricerche da lui realizzato nel corso di una vita. L’assenza di un archivio storico comunale e la frammentazione dei documenti di archivio sono stati in parte superati dagli studi e ricerche effettuate nell’ambito del lavoro della Fondazione Sassi curato dal Prof. C.D.Fonseca., in particolare i lavori di ANTONELLA PELLETTIERI su “LA PRESENZA ARABA NEL MEZZOGIORNO D’ITALIA” ,  di GEMMA TERESA COLESANTI “ASPETTI  DELLA VITA ECONOMICA DEL TERRITORIO DI TURSI ATTRAVERSO ALCUNI DOCUMENTI INEDITI (1473-1488) e di Edoardo Geraldi “Ambientre naturale e ambiente costruito “ , di cui si riportano stralci significativi.

Ripreso da tutti i lavori è lo storico Antonio Nigro nel suo  , “Memorie topografica e istorica istorica sulla città di Tursi e sull’antica Pandosia di Heraclea oggi Anglona”.
Di recente è stato dal Gal Cosvel  scrl curata la ripubblicazione di tale eccellente lavoro e anche di un recente lavoro a più mani  Le terre del Silenzio che tale società mista ha finanziato.
Si aggiungono a tali materiali storici i documenti del fondo Doria acquisiti presso l’archivio  di stato di Potenza che si ringrazia per la collaborazione.
Relativamente al sito di Caprarico, divenuto nel XVI secolo, nel contesto di processi che interessarono tutte le signorie feudali nel mezzogiorno d’Italia, difesa di Caprarico  l’unico documento significativo è la  Copia in carta libera dell’Istrumento di censuazione del Feudo Caprarico tra il Comune di Tursi, la Duchessa di questi e il Marchese Donnaperna del 1769.
Alcune immagini di Caprarico e dell’insediamento colonico sorto intorno alla masseria storica Donnaperna Mendaia sono tratte dal lavoro di Francesco Forte , Gangemi editore, Architettura –Città, che comprende un a ricerca sulla nascita dei borghi rurali nel secondo dopoguerra in Italia.

 

Storia di Tursi, Rocco Bruno Pandosia

HERACLEA. Sorta sulle rovine di Siris, fu presto occupata dai Lucani, ma venne poi presa da Alessandro il Molosso. Nel 281 a.C. alle sue spalle si svolse la celebre battaglia tra Pirro e i Romani. Già prima di questa battaglia aveva stretto un patto di alleanza con Roma.
Alcuni storici vogliono che Heraclea sia stata la patria del celebre pittore Zeus i e che nel suo foro fosse avvenuta la gara tra lui ed, il pittore Parrasio.
Nel 1732, casualmente nel letto del fiume Cavone, presso la località Andriace, furono trovate le Tavole di Heraclea, risalenti all’epoca del maggiore splendore della città, cioè dal 331 al 278 a.C. Queste furono interpretate e tradotte dal celebre Alessio Simmaco Mazzocchi tra il 1754 e il 1755 e, dopo alterne vicende, vennero esposte nel museo Herculanense di Napoli.
Di Heraclea non si ebbe più notizia fino all’XI secolo, quando ricompare nelle fonti storiografiche col nome di Pollicorium. L’Ughelli riporta che Policoro nel l 125 venne donata al monastero di Carbone. In questo periodo, grazie al precedente apporto dei Bizantini, è un luogo abitato, ma più tardi, con l’instaurazione del sistema feudale e le aspre lotte tra i poteri laico ed ecclesiastico, finì nell’abbandono.
Sappiamo che successivamente appartenne ai Gesuiti, poi al fisco, nel 1771 ai principi Serra Cassano di Gerace ed infine ai Berlingieri.

 

Antonio Nigro. Memoria topografica istorica sulla città di Tursi e sull’antica Pandosia di Heraclea oggi Anglona

SULLO STATO PRESENTE DELLA CITTÀ CON QUALCHE RIFLESSIONE  SULLA SUA FONDAZIONE

La Città di Tursi non presenta altro più certo documento di sua antichità, che le sue medesime fabbriche, e molte anticaglie, mancandovi per la barbarie de’ trasandati calamitosi tempi le iscrizioni, e le medaglie e monete, infallibili attestati della certezza de’ fatti.
Si è dessa sul pendio e straripevole declivio di un burrone di uno di quegli Appennini, che quasi terminano la Lucania verso il mar Jonio al grado 40 minuti 20 di latitudine settentrionale, ed al grado 34 in circa di longitudine.
Riguarda verso l’oriente, l’antica, rinomata, e distrutta Pandosia di Eraclea, o sia Anglona, lontana quattro miglia. E distante circa due miglia dal fiume Sinni, Siris in latino, verso mezzogiorno, e dall’Acri, Aciris, verso borea, altrettanto, due fiumi principali del Regno, navigabili un tempo, secondo Strabone: Duo amnes navigabiles, Aciris, et Siris (STRAB., LIB. VI) e circa dodici miglia dal Jonio nella direzione di Eraclea, oggi Policoro. Un torrente le scorre a piedi verso l’austro, secco di està, gonfio nelle pioggie.
È sentimento di Giovanni Botero Benese nel suo libro Della ragion di Stato (PAG. 334), che per fare una Città grande giova assai la commodità del sito, la fecondità del terreno, e la facilità della condotta, la quale ci viene prestata parte dalla terra, s’ella è piana, parte dalle acque se sono navigabili.
Mancano alla nostra Città la prima e la terza qualità, quantunque abbia la seconda, purché la stagione colle feconde pioggie corrisponda, per cui il di lei sito è poco gradevole all’estero spettatore; non però in tutta la sua estensione, mentre la parte superiore detta Rabatana tiene un esteso e dilettevole orizzonte. Essa riguarda da una parte l’oriente, e con le altre l’occidente estivo, il mezzogiorno, ed anche nella sua parte superiore il settentrione.

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Il ceto nobile a Tursi

Per meglio introdurre il discorso sulla famiglia Donnaperna, riteniamo opportuno far conoscere come in Tursi si è formato un robusto ceto di nobili.

A partire del 1300 a Tursi (come nei maggiori paesi del regno di Napoli) si verificò un notevole risveglio agricolo e commerciale. Ciò avvenne nel XIV secolo, quando, cioè, il Comune si costituì quale organo democratico, retto e governato da cittadini eletti. In quell’epoca i cittadini acquistarono quei diritti civili, che prima erano loro negati: muoversi da un luogo all’altro, ricevere la proprietà per testamento, esercitare arti, mestieri, professioni, etc. Da questa emancipazione sociale e politica nacque la borghesia, che fu sempre in lotta col feudatario, per l’acquisizione di tutti quei diritti che essa credeva propri e che il padrone, invece, pretendeva fossero suoi per mandato del Re e di Dio.

Tursi completò la sua organizzazione comunale fra il XIV e il XV secolo e da quegli anni la borghesia cominciò a prendere in fitto le terre del feudatario, per poi insediarsi stabilmente in esse. Tale insediamento, per la borghesia tursitana, fu più facile che per quella di altri comuni, come vedremo in seguito.

Indipendentemente da come e da quando il feudalismo fuportato nel Mezzogiorno e da chi: se ad opera dei Longobardi, dei Franchi o dei Normanni, per quanto riguarda Tursi è certo che il suo primo feudatario fu normanno, come si rileva dal – Catalogo dei Baroni del Regno – del 1181 di re Guglielmo II in cui figura un tal Hugo de Turso (che) tenet in Turso feudum i militis. – (1)

Noi, quindi, partiremo dai Normanni e dal feudalismo per tracciare la storia del ceto nobile di Tursi.

I Normanni, popolo nordico, approdato nel Sud nell’XI secolo, dopo averne conquistato le terre fino alla Sicilia, per mantenere compatto il regno, concessero ai loro sudditi più fedeli il dominio su terre e castelli di varie dimensioni. Il vasto territorio, che fino ad allora era posseduto parte dai Tursitani e parte dagli abitanti dell’ex – città di Anglona (rifugiatisi a Tursi in seguito alle scorrerie saracene nella loro città, che era stata ridotta a casale) venne diviso in due feudi distinti e separati.

Il feudo di Anglona venne concesso al Vescovo dell’omonima diocesi. (2)

Caprarico – Tursi.

Bandiera, Caprarico Vecchio

5 Agosto 1769

Comune di Tursi

Copia in carta libera dell’Istrurnento di censuazione del Feudo Caprarico tra il Comune di Tursi, la Duchessa di questi e il Marchese Donnaperna

“Vittorio Emanuele Secondo per la grazia di Dio e per volontà della Nazione Re d’Italia.

Eadem die Quinta mensis Augusti secundae Inditionis Millesimo septincentesimo sexagesimo Nono Neapoli. Et in palagio Excellentissimi Domini Marchionis Fuscaldi sito in platea vulgo detta di Costantinopoli solitae trabitationis infrascriptae Excellenttissimae Dominae Ducissae Tursis.

Costituiti nella nostra presenza l’eccellentissima Signora D. Giovanna D’Oria Carretto Duchessa di Tursi e Principessa d’Avella, la quale oggi et interviene alle cose infrascritte per se suoi eredi e successori qualsivogliano, anche estranei da una parte.

Ed il Sig. D. Giuseppe Paolo Donnaperna Barone di Colobraro messo ed internunzio siccome dice della Signora D. Felice Donnaperna Baronessa della Calvera, sua nipote e cognata legittima moglie del Signor D. Filippo Donnaperna Barone di Calvera, suo fratello, il quale oggi et interviene alle cose infrascritte come messo ed internuncio ut supra in nome e parte di detta Signora Baronessa….

Era dell’estensione di tomola mille cinquecento ventisette, cioè tomola ottocento ventinove seminatario, tomola trecento settanta boscoso, e tomola trecento ventotto calancose, da non potersi mai ridurre a coltura, e che siffatto non sia atto a bambace.

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Sez.4 Agricoltura e paesaggio agrario nella storia

Europa e Mediterraneo alle origini della civiltà europea
Agricoltura e paesaggio agrario iniziano ad avere un senso a partire dalla nascita della dimensione stanziale, residenziale delle comunità umane . In un percorso durato millenni popolazioni di raccoglitori, cacciatori e pescatori attraverso la coltivazione del suolo con specie vegetali spontanee e l’allevamento delle specie addomesticate danno origine alle comunità rurali che si danno organi di governo locali e ai grandi regni della civiltà umana , come quello egizio, realizzando prodigiosi progressi e grandi conquiste di colonizzazione che fanno del Mediterraneo e dell’Europa quella che abbiamo successivamente chiamato, in epoca moderna , la culla della civiltà umana…

Jarmo e Gerico:alle origini della coltivazione dei cereali

Tali condizioni ambientali suggerirono all’uomo di comportarsi in maniera aggressiva nei confronti del contesto naturale e di procedere ad un attivo sfruttamento del mondo organico” L’agricoltura deve aver preso le mosse dall’Asia Sudoccidentale. “A Jarmo nel Kurdistan gli abitanti di un piccolo villaggio in cima ad una collina cominciarono a coltivare con buon esito grano e orzo fin dal 4750 avanti Cristo; in Palestina là dove i popoli mesolitici natufiani raccoglievano ogni anno le messi di frumento l’economia agricola deve essere iniziata a Gerico prima del 6000 a.c.; tuttavia nè a Jarmo nè a Gerico gli antichi agricoltori conoscevano la fabbricazione della ceramica…

L’allevamento del bestiame e la coltivazione dei cereali furono tappe rivoluzionarie nell’emancipazione dell’uomo dall’ambiente circostante in quanto gli offrivano la possibilità di controllare le proprie riserve alimentari”.
E fu senz’altro il fattore per processi di colonizzazione che tenevano insieme incremento demografico e conquista di nuovi territori da colonizzare con la nascita di nuovi villaggi e processi consistenti di urbanesimo.
Una vera e propria gerarchia di comunità urbane e semiurbane disposte sia in senso spaziale che in senso temporale e culturale collocate attorno alle metropoli di Egitto, Mesopotamia e dell’India…

“L’economia anatolica era basata sulla coltivazione di cereali ,orzo e miglio , e probabilmente dei vegetali, forse anche della vite e degli alberi da frutto, sull’allevamento degli armenti , delle pecore, delle capre , dei porci e sulla pesca con canne ed ami o con reti”.
“Tra le arti domestiche dovevano esserci la tessitura e la filatura , la cui importanza è documentata dal gran numero di dischi per fusi e di spole di argilla….Il culto domestico propiziatorio della fertilità legato alla superstizione contadina è illustrato da numerose figurine femminili di pietra e dì argilla…

Lo sviluppo tecnologico

Partendo dalla cultura di Starčevo e con l’influenza della cultura danubiana si sviluppa una esperienza nell’area dei Carpazi ai confini con la Russia di una colonizzazione particolare che vede uno sviluppo di villaggi che si spostano praticando per la prima volta ad una certa scala la pratica delle rotazioni colturali : la cultura di Tripol’e. Comunità di coltivatori che si sostentavano coltivando cereali , Triticum monococcum,Dicoccum e vulgare , orzo , miglio e allevando bestiame ( bovini, capre, pecore, maiali) . ” Le mucche furono sempre il nucleo più importante ; le ossa di cavallo si ritrovano in tutti gli stadi di questa cultura,ma ad eccezione dell’ultimo stadio rappresentano animali selvatici”. La caccia continua ad avere una importanza , seppur decrescente , insieme alla pesca alla raccolta di molluschi e delle bacche nel sostentamento di tali popolazioni che denotano una forte influenza con le culture dell’Asia Sudoccidentale sostanzialmente loro antenate.

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Agricoltura e produzione alimentare nell’antico Egitto

La storia dell’agricoltura e dell’alimentazione nell’Egitto antico rappresenta una delle tappe del percorso di presentazione degli studi sull’evoluzione dell’agricoltura e del paesaggio agrario che il nostro progetto ha realizzato.
Con Antico Egitto si intende la civiltà sviluppatasi in quella sottile striscia di terra paludosa fertile che si distende lungo le rive del Nilo a partire dalle sue cateratte ai confini col Sudan fino allo sbocco nel Mediterraneo, e riconosciuta come entità statale a partire dal 3100 a.C. fino al 1075 a.C. ed è suddiviso in quattro grandi fasi:
regno antico dal 3000 a.C. al 2040 a.C., – – regno medio dal 2040 al 1540 a.C.,
regno nuovo dal 1540 al 1070 a.C. ,
infine l’età tarda dal 1070 al 343 a.C.

Il museo Egizio di Torino ha condotto ricerche sui reperti archeologici che conserva , sulle incisioni delle tombe , sulle scritte dei papiri e ha ricostruito la vita quotidiana degli egizi e in tale contesto la sua alimentazione e le attività agricole , di allevamenti , di raccolta , di caccia e di pesca che le comunità insediate lungo la estesissima valle del Nilo ( oltre 3 milioni di kmq. , circa il 10% dell’intero continente africano) lunga circa 6.700 km dalle sue sorgenti ( lago Vittoria fino al Burundi Nilo bianco, e lago Tana in Etiopia per il Nilo azzurro , i due fiumi si uniscono a Khartoum) sino alla sua foce nel mediterraneo ……
L’analisi parte da ciò che si mangiava per risalire alle attività agricole e di allevamento svolte .
Quali erano i cibi che si mangiavano : lo si può stabilire grazie alle numerose citazioni nei testi ed anche a qualche ritrovamento archeologico. Si può desumere inoltre l’uso di determinati prodotti grazie alla documentazione epigrafica e sopratutto figurativa riguardante la produzione primaria ( scene di lavori agricoli , orticoltura , arboricoltura, allevamenti , caccia e pesca , ecc.) e dell’attività di trasformazione dei prodotti primari ( scene di panificazione , burrificazione , vinificazione ecc. ).
Papiri e ostraca ieratici ( tavolette con epigrafi ) sono tra le fonti più preziose…

Le razioni per i lavoratori dell’organizzazione palatina prevedevano acqua , verdura , olio, pesce e cereali nella misura di 300 litri di mensili di farro ( 4 khar) e 1 khar e mezzo di orzo per birra al mese ( tre litri e 3/4 al giorno) per ciascun operaio. Sembra condivisa la considerazione di una condizione di svantaggio delle popolazioni insediate nelle aree extra urbane ma era opinione corrente nel mondo classico che gli egiziani fossero ben nutriti con pasti abbondanti e variati , come evidenzia lo stesso Erodoto nel descriverne le abitudini alimentari. Ma quali erano i prodotti dell’agricoltura…
I ritrovamenti archeologici dimostrano l’importanza dei cereali già in epoca predinastica , alimento principale era il Frumento del genere Triticum e orzo ( Hordeum sativum vulgare).
Bdt era il termine per indicare il farro ( Triticum Dicoccum ). Swt indicava forse il più raffinato Triticum aestivum , specie coltivata , a 42 cromosomi cioè al massimo stadio di poliploidia…

Le tecniche di lavorazione , come raffigurate dagli artisti sulle pareti delle tombe , rimasero sostanzialmente invariate durante la millenaria storia egiziana a testimonianza che il fattore decisivo dei lavori agricoli era lo straripamento del Nilo e la sua opera di fertilizzazione del terreno è testimoniata bene dall’inno al Nilo , pervenuto tramite i manoscritti del Nuovo Regno: “salute a te , o Nilo che sei uscito dalla terra, e che sei venuto per far vivere l’Egitto! Occulto di natura , oscuro di giorno ,lodato dai suoi seguaci , è lui che produce che irriga i campi……. è lui che produce l’orzo e fa nascere il grano perché siano in festa i templi . Se è pigro i nasi sono otturati e tutti sono poveri, si diminuiscono i pani degli dei e periscono milioni di uomini. Se è crudele ( scarso d’acqua ) tutta la terra inorridisce…”.
Se vuoi saperne di più ( see more)…

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Etruria e Roma

Dagli etruschi alla caduta dell’impero romano . Roma , di Filippo Coarelli . In : Il Mediterraneo , op. cit.
Roma e il Lazio vengono a trovarsi in un contesto che favorisce in modo straordinario lo sviluppo della città e il suo divenire motore di un processo di unificazione geopolitica di gran parte dell’Europa e del Mediterraneo sino all’Impero. Il fiorire della civiltà etrusca e la fondazione delle colonie greche danno il contesto di tale processo , lo favoriscono e lo preparano . Il passaggio dalla prima età del ferro (1000-700 a.c.) alla seconda fase ( 770 -580 a.c.) coincide con la fondazione di Roma ( 754 a.c.) avvenuta dopo la fondazione della prima colonia greca Ischia (780a.c.) e Cuma (750 circa). ”L’incremento demografico coincide palesemente con un aumento della produzione agricola legato ai progressi compiuti dagli utensili. Nello stesso momento , assistiamo a un’accresciuta stabilizzazione delle popolazioni,che abbandonano l’antico insediamento sparso e si concentrano in alcune località.Il fenomeno è particolarmente rilevante in Etruria , dove , all’inizio del IX secolo , vengono progressivamente abbandonati i centri più antichi e sono definitivamente occupati i siti delle città etrusche storiche : Veio , Ceveteri , Tarquinia , Culci , ecc..”

Il processo contestuale di sviluppo demografico , sviluppo agricolo e sviluppo delle tecniche e strumenti agricoli , la penetrazione di prodotti e utensili dalle colonie greche del sud tra cui il tornio per la produzione ceramica pone le basi di uno sviluppo della città di Roma . Si differenziano gli strati sociali e i livelli di reddito e di ricchezza come dimostrano le ricerche archeologiche condotte nelle necropoli etrusche e romane. ” L’elemento determinante fu , con ogni probabilità , costituito dai nuovi rapporti di proprietà della terra, precedentemente indivisa e possesso collettivo del villaggio ” , in tal modo si formano le prime autentiche aristocrazie come attestano le necropoli dell’antica era del ferro.Tali processi si rafforzano anche grazie all’introduzione della scrittura , testimoniata con iscrizioni latine su fibula d’oro trovata a Palestrina(primi decenni del VII secolo a.c.) . Prerogativa degli strati dell élite aristocratica e probabilmente necessaria ai mercanti che sempre più importano dal vicino oriente ( Fenicia, Cioro, Siria , Urartu ,ecc.) oggetti a cui si ispira la produzione artigianale laziale. Accanto a tale contesto socio economico gioca un ruolo di fattore decisivo per Roma la presenza di infrastrutture decisive come il porto del Foro boario , il più antico, le strade che collegano l’Etruria con in basso Lazio e la Campania ed infine , ma fondamentale , il Tevere che consentiva di trasportare via acqua merci e uomini da Orte sino al mare…

Nel condurre il suo lavoro di ricerca sull’arte etrusca e romana l’autore, tra i più grandi archeologi italiani , conduce un excursus sulla presenza in epoca preistorica e protostorica definendo il percorso che porta alla nascita della civiltà etrusca e romana ricordando presenze autoctone importanti sin dall’VIII millennio a.c. nelle grotte di Niscemi , di Levanzio ( Isole Eolie ) e dell’Addaura in Sicilia dove si trovano le prime rappresentazioni figurative parietali. In realtà , dice Bandinelli , solo dal XX millennio a.c. , con la fine del neolitico e l’inizio dell’età del bronzo . Giungono in Italia con molto ritardo le influenze anatoliche e quelle successive della civiltà danubiana , già diffuse in precedenza nell’Egeo . Documentate le influenze egizie e africane tra il IV è il III millennio a.c. sulle ceramiche dipinte . Rimanendo sulle rotte mercantili che dalla penisola iberica portavano nel vicino oriente , verso Creta , si può sostenere che alcune piccole comunità indigene si muovono verso l’età del bronzo e di quella nuova fase che porterà da una società pastorale ad una agricolo pastorale e il primo sviluppo di villaggi. La cultura villanoviana dell’Italia centro meridionale ( da Villanova , a 8 km da Bologna) estesa in tutta l’area della futura Etruria , segna ” un accrescimento , quantitativo e qualitativo, dal materiale di corredo e finalmente il passaggio a forme e livelli di una diversa e complessa civiltà .” e il passaggio definitivo dall’età del bronzo all’età del ferro sino all’età orientalizzante della civiltà etrusca , con sovrapposizioni e interazioni con il tardo miceneo italico presente nell’Italia meridionale e insulare.

Importanti in tale quadro sono le testimonianze trovate a Sala Consilina nella Lucania antica e a Torre Castelluccio in Puglia. Si può riconoscere che “Alla fine dell’età del bronzo si vanno effettivamente costituendo due aree culturali distinte: al nord , nella pianura del Po , una civiltà connessa con il mondo europeo e al sud una serie di culture più o meno direttamente a contatto con l’ambiente mediterraneo, sia orientale che occidentale “. Da segnalare in tale fase di passaggio dall’età del bronzo all’età del ferro la presenza di testimonianze di culture locali anche in Basilicata , nell’area materana con le culture di Timmari I e Timmari II ( 1200-1000 a.c.). L’antica Etruria vera e propria, era delimitata dal corso dei fiumi Arno e Tevere , le cui fonti sorgono da opposte pendici di un medesimo complesso montuoso : il Falterona. Componeva oltre alla Toscana , una parte dell’odierna Umbria e del Lazio fino a Roma , dove la riva destra del Tevere ( il Trastevere) era considerata etrusca. Tale area si estese grazie all’espansione politica e commerciale sino alle valle padane e alla Campania . Durata circa otto secoli ( dall’VIII secolo a.c. alle stragi perugine di Ottaviano del 40 a.c.. Sul piano delle origini della civiltà etrusca , in base alle diverse ipotesi e ricostruzioni storiche fondate sui ritrovamenti archeologici e sull’analisi stilistica su manufatti e decorazioni e sui rituali funebri, Bandinelli sintetizza ” la formazione di un popolo , di una nazione , di una società , che poi saranno chiamati etruschi , risultato della commistione di le menti diversi esistenti nella penisola , con apporti e contatti stranieri , non tanto , in prevalenza , etnici , quanto culturali e commerciali”…

Storia di Roma Antica (di Giuseppe Antonelli. Newton Compton,1994)

Il rapporto con la terra è sin dalle origini al centro della nascita e dello sviluppo della civiltà romana. Nata nei luoghi del commercio e della transumanza della società pastorale , espressione sin dall’inizio del grande latifondo agricolo pastorale la società romana conosce nelle diverse fasi processi di sviluppo e di crisi che si riflettono sul governo , sulla sua capacità espansiva , sulla sua capacità di conquista che la porta già nell’antichità a compiere l’unificazione politica della penisola , che si conoscerà sono nel 1861 con l’Unità d’Italia .
Le origini.
Nella palude del Velabro il Tevere diveniva guadabile e qui transitavano le greggi , le mandrie , i carriaggi. A nord il Foro Boario era luogo di traffici permanenti . ” Il maggior numero di presenze lo sommavano i pastori della Sabina i quali ci calavano nella transumanza aggirandosi nei dintorni durante tutta la stagione invernale. La regione infatti forniva Pascoli ideali al bestiame grazie alla vegetazione favorita dall’umidità ……, i pastori si affacciavano spesso al foro Boario per vendere le loro caciotte e i loro abbacchi.” In un mercato molto frequentato per esserci uno dei commerci fondamentali dell’epoca: il commercio del sale che vedeva proprio qui i suoi magazzini di conservazione. Italici e sabini , greci , fenici e sopratutto etruschi animavano i commerci ed i greci provenienti da tutto il mediterraneo erano i soli che sapevano stendere contratti commerciali usando già dall’VIII e VII secolo l’alfabeto euboico . I fenici vendevano manufatti e compravano derrate alimentari e bestiame . Il guado del Tevere e l’isola Tiberina costituirono il centro di un campo magnetico che ha determinato una concentrazione demografica impressionante per gli standard di quei tempi; concentrazione sostenibile grazie alla fertilità del territorio dell’entroterra , le pianure di origine vulcanica ai piedi dei colli Albani garantivano rese molto maggiori di altre aree della penisola.

Il fitto reticolo di trattati che collegava a Roma tutte le città e le comunità della penisola era il sofisticato strumento giuridico con cui imponevano e gestivano il loro primato . Alcune di queste comunità erano formate da cittadini di pieno diritto , cioè di coloni che erano stati gratificati di un bel pezzo di terra fertile in località strategicamente importanti . Questi gruppi dovevano far prosperare la loro colonia ma sopratutto sorvegliare che , nell’area di loro competenza , non si verificassero torbidi o si creassero intese a danno dell’ordine romano.” Il dato culturale di fondo dei romani è il loro legame con la terra e la politica sociale era tutta fondata sulla distribuzione della terra.”Con le conquiste , e quindi con la deduzione di colonie , alleggerì la pressione demografica delle città latine e liberò le sue fattorie dalla presenza dei piccoli coltivatori diretti , attirandoli in altre località con la prospettiva di appezzamenti più ampi e più produttivi , e dando avvio così al processo di formazione dei latifondi nel Lazio. “ Il ceto aristocratico romano autarchico e conservatore vedeva nell’ideologia della proprietà della terra l’unica fonte legittima di guadagno e carisma di nobiltà , e ciò sarà il vero limite di questa classe dirigente ; integrata con la nobiltà plebea con cui si divideva le cariche pubbliche diede vita ad una oligarchia che governò Roma per oltre due secoli. Sono proprio i rapporti fondiari a determinare una crisi sociale permanente che spingerà l’espansionismo romano…..

Produzioni e abitudini alimentari nell’antica Roma

Apicio, (La cucina dell’antica Roma. Newton Compton).

La cucina di Apicio ricchissima di ingredienti e di preparazioni  fantasiose e creative è certamente la cucina  di festa e di baccanali delle èlite aristocratiche e politiche romane. Non era certamente il frutto delle abitudini alimentari quotidiane della plebe romana data la sua ricchezza e soprattutto la presenza di ingredienti  di provenienza sicuramente orientale ,costose e acquistabili solo da mercanti.
Ciò non di meno vi troviamo una vera e propria rassegna dei prodotti della terra e degli allevamenti  , di bevande e prodotti della caccia e della pesca che ancora mantengono  una forte rilevanza nell’approvvigionamento alimentare delle popolazioni romane.
L’opera di Apicio si suddivide in 10 libri…

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Agricoltura nell’America Latina

Henri Favre , Gli Inca .Newton Compton 1995 ( Puf , Parigi 1972)

I segni di una presenza umana nel continente sud americano vengono datati da Favre a partire dal 15000 a.c. . Con piccoli gruppi di nomadi raccoglitori di bacche , radici e cacciagione ( culture Red Zone e Oquendo) .
Lo scioglimento dei ghiacciai andini e la conseguente desertificazione , la nascita di insediamenti umani nei pressi delle foci dei fiumi , la riduzione delle risorse vegetali e animali dell’ambiente naturale portò queste comunità dedicarsi alla pesca e all’agricoltura…..

Richard Konetzke, America Centrale e Meridionale. La colonizzazione ispano-portoghese. Storia Universale Feltrinelli 1962.
“La posizione geografica e la configurazione del terreno hanno condizionato in maniera decisiva lo sviluppo dei popoli e della civiltà del continente americano.
L’America si estende da 72 gradi di latitudine nord fino a 56 gradi di latitudine sud, per circa 14.000 chilometri , ed è dunque , in direzione nord-sud , il più lungo continente del globo; nei punti più larghi misura dai 4000 ai 5000 km. , mentre nel punto più stretto, l’istmo di Panama, ne misura appena 46…….

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Storia territorio e paesaggio nella Basilicata antica

Nella storia scritta le prime tracce della presenza dei lucani risalgono al 390 a.c. circa , all’epoca della battaglia contro Turi dove parteciparono con un esercito di 32000 militi.
Ma in epoca più antica la Basilicata era già territorio abitato ed erano molti gli insediamenti testimoniati dalle tante scoperte archeologiche. ”Così scarsa notizia li fa credere di epoca antichissima ; di tal che si è voluto riferire ad essi quelle reliquie dell’industria litica dissepolte in qualche punto di Basilicata . Ascie, scalpelli,raschiatoi , come li chiamano,e freccie e coltelli di selce si rinvennero a Venosa , a Rionero, a Muro Lucano , ad Acerenza , a Matera , nei campi dove fu Metaponto sullo Jonio e dove fu Pesto sul Tirreno ”
” Fu dunque un popolo prevalente per numero o per valore fra i più antichi che abitarono l’Italia ; ad essi con i Liguri , con gli Umbri , con i Tirreni , con i Sabini , e con gli Enotri , disegnano le prime filamenta della storia d’Italia , che poi gli Etruschi , gli Oschi-sabellici e i prischi Latini intrameranno.” ” agli Enotri che abitarono la regione prima dei lucani e dei greci , Strabone congiunge i Conii, o Coni o Cahoni. Costoro vennero senza dubbio dalle coste epirotiche, ove fu l’antica regione denominata Cahonia; e stanziarono sull’estremo lembo d’Italia al mare Jonio , dal fiume Acalandro ( che è la Salandrella di oggidì ) nella Lucania fino oltre al sud , verso il promontorio Lacinio presso Crotone….

Le colonie elleniche

Chiamati Enotri dai Greci , questi popoli abitavano già nell’VIII secolo la Lucania . Ai tempi dell’insediamento delle colonie elleniche la regione aveva conosciuto già da millenni insediamenti umani neolitici , come Serra Alta a Matera , scoperta dal Ridola, esempio dei villaggi trincerati neolitici , esempi di culture , come quelle di Molfetta , caratterizzante l’epoca neolitica nel Sud Italia. Nell’VIII secolo a.c. si avviano le fondazioni greche in Sicilia e nello Jonio , dal 720 al 707 nascono Taranto , Crotone , Sibari ,Locri e di epoca più antica la stessa Siri e Aliba , denominata poi Metaponto dagli elleni………
I vari appezzamenti misuravano l’un l’altro , dai 100 ettari ai 25 ; e vuol dire che la grande e la media cultura si davano la mano nelle pianure eraclesi . Il fitto veniva pagato in natura sui principii di settembre ; doveva colono trasportarlo nei pubblici granai della città , ove gli ufficiali designati ricevevano e misuravano al pubblico modulo. La derrata pattuita e pagata per l’annuo fitto , non era il frumento , ma l’orzo , l’orzo puro e buono , quale sarebbe prodotto dalle terre date a coltura. ” deducendone da ciò il Racioppi che il pane doveva come a Sparta essere fatto dell’orzo e non dal frumento. La città di Pandosia dice il Racioppi , preesistente alla stessa Sibari , si può dire fosse stata occupata da genti elleniche di razza achea . Le sue monete sono più antiche del V secolo a.c. . Sono proprio le tavole di Heraclea a testimoniarne in realtà l’esistenza essendo i poderi illustrati compresi tra Pandosia e l’Agri.

Lacava anzitutto si occupa della delimitazione geografica della Magna Grecia comprendendo il territorio compreso dallo Jonio dal Golfo di Taranto sino a quello di Locri e dalle montagne circostanti dove vivevano i Bruzii in Calabria , i lucani in Basilicata e i Messapi in terra d’Otranto . A nord di Sibari comprendeva le regioni della Siritide o Eracleotide ( una delle più belle del mondo diceva Ateneo) , Metapontina e Tarentina…

Siamo a fine ‘800 . ” della città di Anglona non rimane che la sola chiesa Cattedrale , ed un modesto fabbricato annesso , che serve per Episcopio. È posta sulla punta orientale di un monte , che è tra l’Agri e il Sinni. Alla parte boreale trovasi un piano tutto ingombro di ruderi di fabbriche, rottami in terra cotta e frantumi di vasi ; indi si scorgono le fondazioni di un castello medioevale. Nelle campagne circostanti Anglona si sono rinvenuti molti sepolcri…

Lacava si sofferma sulle condizioni climatiche e di salubrità del sito di Metaponto ai suoi tempi e nel constatare lo stato di impaludamento evidenzia che ” nel verso ha un clima umido , nebbioso , ventosissimo ; nella state caldissimo, adusto , ingombro di insetti ed infetto dalla più letale malaria…

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Territorio e paesaggio agrario della Basilicata nelle ricerche del Centro Annali

Note di storia sul paesaggio agrario della Basilicata tra XIX e XXI secolo. Calice Editori , Autori Vari. Biblioteca del Centro Annali .2010

Agricoltura e paesaggio agrario in Basilicata

Un dato iniziale di riferimento per una storia dell’agricoltura e del paesaggio agrario lucano è il processo di diffusione dei seminativi che dalla fine del settecento si realizza attraverso , principalmente , l’opera di disboscamento e dissodamento.
“La alture disboscate , e in primissimo luogo le terre di pendio, private dalla più o meno antica copertura forestale, erano sottoposte a intensi processi di erosione del suolo con smottamenti di terre e frane … che investivano talora interi paesi posti a valle , colture , strade . Il disboscamento delle terre di altura produceva alterazioni di grande portata perché i torrenti , costretti a trascinare a valle masse e detriti ” ( P. Bevilacqua) alimentavano a valle gli straripamenti e conseguenti impaludamenti delle arre pianeggianti ( come le aree di fondovalle dell’Arco Jonico Metapontino).
Stime di vari studiosi parlano di 200.000/170.000 ettari disboscati considerati molto sovrastimati dal Prof. Morano. Comunque anche in base alle sue stime di sicuro i boschi lucani passano da 240000 ettari nel 1861 a circa 170000 ettari nel 1889…

Il seminativo

Agli inizi dell’800 i seminativi rappresentano dal 40 al 60% delle terre coltivabili della regione . Spesso , sopratutto nelle aree del medio basento ai seminativi sono associate colture forestali ad uso pascolativo . Nell’area del lavellese , nelle pianure di Montemilone e Genzano si registra sino al 1929 un processo espansivo facendone l’area a maggiore vocazione cerealicola della Basilicata.

A fronte di tale espansione in tali aree e nel materano si registrano nelle aree di montagna da Potenza al Pollino , in conseguenza della crisi della piccola azienda contadina , aumenti delle aree incolte e dei pascoli…

Dall’inizio dell’800 si diffondono anche le colture legnose quali la vite e l’olivo , spesso tra loro associate e anche altre varietà frutticole. Nel Vulture la diffusione della vite inizia nel 500 e nel 600 prodotta dai contratti di miglioria ( ad meliorandum) e di pastinato sui terreni di proprietà ecclesiastica ” i vigneti formavano parte del paesaggio agrario:la vigna veniva piantata bassa in filari ordinati (rasule) e sostenute da paletti a più canne ” ricavate da canneti prossimi ai corsi d’acqua. Alberi di olivo erano presenti sparsi nel vigneto . La viticoltura crebbe ancora sino al ‘730 nei comuni di Melfi , Rapolla , Venosa , Atella, Barile . La vite si diffonde anche in altre aree della regione , nel lagonegrese , nell’alta valle del Sinni a Fardella , a Castelluccio dove si trovano gli unici casi di vite maritata ad aceri alti in modo da coltivare grano e granone nelle aree sottostanti…

I terreni più ricchi in granaglie si trovano verso il Mare Jonio: quelli che producono le migliori specie, sono in San Mauro, in Stigliano, in Craco, in Salandra, in Montalbano, in Potenza, in Avigliano, in Oppido,  in Acerenza, in Senise, in Pietrafesa (oggi Satriano di Lucania), in Picerno, in Vignola (oggi Pignola), in Gorgoglione, in Sanquirico (oggi Sanchirico Nuovo), in Calvello, in Genzano. La media annua può desumersi dal prospetto seguente…

“Venendo ai prodotti agricoli ….. è la nostra regione adatta a ogni genere di coltura: vi si coltivano benissimo i cereali,i legumi , la frutta, l’ulivo e la vite. Gli agrumi nelle parti meridionali e sulle spiagge dei due mari” ( Angelo Bozza, La Lucania . Studi storici e archeologici. Tipografia Torquato Ortolani, 1888)…

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Il paesaggio agrario italiano

Emilio Sereni , Storia del paesaggio agrario italiano, Laterza 1979 1a ed. 1961
Pagg 22/23/24 le fonti del sereni per la storia e la descrizione del paesaggio agrario oltre a quelle dei materiali storici , giuridici , agronomici, geografici , toponomastici e linguistici sono quelle epigrafiche , archivistiche ,archeologiche, letterarie, iconografiche ed altre ancora.
Dice il Sereni che non basta per la comprensione della storia del paesaggio agrario il riferimento ai rapporti e alle tecniche agrarie di una certa regione , bisogna riportarsi al complesso dei processi di sviluppo economico e sociale delle comunità, la sua vita cittadina, i suoi commerci e traffici ecc. Ma anche tutto ciò corre il rischio di non bastare , bisogna addentrarsi e comprendere il processo di formazione storica della cultura e del gusto del bel paesaggio agrario maturato nelle classi contadine e l’influenza avuta in tali processi dalla pittura , dalla letteratura e dalla poesia in particolare.
Solo dopo la colonizzazione greca e il sinecismo etrusco si forma un paesaggio agrario , prima si possono trovare nel paesaggio naturale dei boschi , delle macchie e delle praterie radure, chiazze frutto dei piccoli insediamenti semi stanziali umani e dei dissodamenti e disboscamenti…

Accanto al sistema delle colture erbacee del maggese, nelle vicinanze delle Città e su terreni declivi, anche in ragione del complesso regime proprietario , delle successioni ereditarie e delle locazioni si affermano appezzamenti sminuzzati e contorti con le culture arboree e arbustive dando forma , come ben evidenziate dalla Tavola di Alesa ( la moderna Tusa in provincia di Messina) , al Giardino Mediterraneo paesaggio agrario ancora oggi ben conservato. Campi chiusi delimitati da opere edilizie di varia natura, muriccioli, fossati, ruscelli, di forma irregolare che necessitano di proteggere dalle greggi e dai furti campestri i frutti di questa agricoltura.
Accanto a queste due varianti del paesaggio agrario della colonizzazione greca si afferma nel centro nord della penisola il paesaggio della Piantata di alberi vitata frutto della colonizzazione etrusca e dell’invasione gallica.
Elemento determinante di tale specializzazione agricola è l’allevamento della vite , il vitigno che al contrario di quello delle colonie greche , basso su palo secco, si presenta con il rigoglio dei tralci, con lunghi festoni , su supporto vivo, tipici della vite maritata con alberi di pioppo, aceri e olmi e con la coltivazione consociata dei cereali nelle aree sottostanti . Sereni evidenzia come in questo si ritrova un elemento naturale del paesaggio della pianura padana dove dell